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  Capaccio  
 

Capaccio di oggi ebbe origine in seguito al graduale abbandono da parte degli abitanti di "Capaccio Vecchio" dopo che quest'ultima venne espugnata da Federico II di Svevia. I fatti che portarono all'importante evento andarono più o meno cosi: il papa Innocenzo IV temendo le malcelate mire del grande imperatore di rendere man mano Roma capitale dell'impero e sfruttando, con accorta politica, le spinte di rivendicazioni autonomistiche di alcune città, incitò a rivolte o congiure i nobili dei centri importanti dopo avere scomunicato Federico. Sciolti dal vincolo di giuramento di fedeltà, i feudatari del circondario di Capaccio (S. Angelo a Fasanella, Teggiano, Sala Consilina) ordirono una congiura contro lo Svevo. Questi venne subito a cingere di assedio la vecchia città, prendendola quindi dopo strenua difesa dei ribelli (1246).

Per dare esempio di inflessibilità, Federico mandò a morte i capi della congiura infliggendo loro atroci supplizi. Morto Federico nel 1250 e sconfitti definitivamente gli svevi nella Battaglia di Benevento del 1266, Capaccio ebbe vita attiva anche sotto gli Angioini e gli Aragonesi. Dopo questo periodo cominciò a verificarsi un lento esodo verso nuclei abitati preesistenti (casali) tra cui quello detto di S. Pietro, la Monticello di oggi. Capaccio (nuova) diventò allora, nei secoli successivi, ambito possedimento per regni, ducati o principati, ovviamente per la sua posizione, le sue risorse e la sua estensione.

Capaccio è situato in collina tra i 308 e i 450 metri sul livello del mare, nella valle formata dai monti Soprano e Sottano. Gode di incantevole panorama, dominando la vasta pianura del Sele e il Golfo di Salerno, dal promontorio di Agropoli alla costiera amalfitana. Vanta un glorioso passato essendo stato sede di Contea e di Diocesi. Come sede vescovile (documentata dal 932) amministrò una vasta diocesi che, fino alla metà del XIX secolo si estendeva dal corso del fiume Sele al Mingardo, e giungeva a Est fino al corso del Tanagro.

Fu abitato fin dall'Epoca Romana, come testimonia il ritrovamento di un muro a rete in via S. Agostino al centro dei paese. Un documento del 1051, nel Codice Cavese, informa dell'esistenza ad est di Capaccio-Vecchio di un centro abitato "Li Casali di S. Pietro", dove si presume che risiedessero i conti nel "castellum vetus" (Castelluccio - Qggi Torre Eliseo). Nel villaggio S.Pietro si rifugiarono i profughi nel 1246 dopo la distruzione di Capaccio-Vecchio da parte di Federico II. La città e il castello furono ricostruiti dagli Angioini, ma vi fu un abbandono lento e progressivo con conseguente incremento della popolazione del nuovo centro.

Dopo gli Angioini la sequenza dei feudatari iniziò con Raimondo de Bauci nel 1296, lo seguirono i suoi discendenti sino al 1362 quando la regina Giovanna investì Ruggiero Sanseverino. La contea fu tolta ai Sanseverino nel 1405, poiché il feudatario di Capaccio partecipò a una congiura, ordita dal principe di Taranto, contro re Ladislao. Seguì Baffilo del Giudice e i suoi eredi. Con l'occupazione di Napoli da parte di Alfonso d'Aragona nel 1442 la contea fu data ad Amerigo Sanseverino e comprendeva i casali di Laurino, Sacco, Trentinara, Monteforte, Padula, Magliano, Stio e Gorga. Il XVI secolo fu l'epoca del Rinascimento e anche nella corte di Capaccio fiorirono le arti e le scienze. Alle cure del feudatario di Capaccio Bernardo Villamarino (1512) e della moglie Isabella di Cadorna venne affidato il principe ereditario Ferrante Sanseverino di appena un anno, quando la madre, dopo la morte del marito, si risposò. Ferrante cresceva insieme alle figlie del conte Isabella e Maria.

Morto Bernardo gli successe Isabella, che intanto aveva sposato Ferrante, il compagno d'infanzia, divenuto principe di Salerno. La contessa fu una delle donne più celebrate e ammirate dell'epoca per la sua bellezza, grazia e cultura; anche il marito fu uomo di grande ingegno ma nel 1552 contrastò il sovrano e fu costretto a lasciare il territorio. Isabella si rifugiò in Spagna; alcuni anni dopo, mentre stava per fare ritorno in patria, morì durante il viaggio.

La contea passò a Maria Cadorna, poi a I ppolita Filomarino, contessa di Roccadaspide, ai Grimaldi e infine ai Doria. che tennero il feudo fino all'eversione della feudalità. In quel tempo nel vecchio centro tutte le abitazioni erano completamente rovinate, compreso l'edificio dell'Episcopio, mentre la Nuova Capaccio contava 200 famiglie ed ospitava due conventi; uno dei carmelitani con la Chiesa del Carmine, l'altro degli Agostiniani con la Chiesa di S.Maria di Costantinopoli. La carta geografica che il Magini delineò verso il 1596 e pubblicò a Bologna nel 1620 prese atto della mutata realtà urbana e riportò Capaccio tra i centri più rilevanti del Regno di Napoli. Il XVII secolo fu caratterizzato da due importanti avvenimenti: la rivolta .antiborbonica a Napoli e la peste del 1656.

Capaccio era costituito da quattro casali: Monticello, Casecappola (Case Zappullo), Lauro e Santuliveto. Aveva da un lato come ultima casa quella dei Tanza e dalla parte opposta quella dei Baiuli, che era il punto dal quale usciva la via che porta a Trentinara. La città era posseduta dalla famiglia Doria e aveva le seguenti famiglie nobili: Angeli, Cannicchi, Elisei, Landifi, Vignati e Zappulli. Nel 1652 furono soppressi i due Conventi, in seguito a un ordine di papa Innocenzo X, che ordinava la chiusura di tutti i conventi che avevano un numero di monaci inferiore a 12; i beni passarono alla Parrocchia. Nel XVIII secolo la città godette di un periodo di benessere; si abbellì di bei palazzi e di splendidi portali. Iniziarono intensi disboscamenti fatti dai contadini che poi ne ricevevano la terra per un diritto di laboranza.

Verso la fine del secolo gli avvenimenti internazionali non potevano non ripercuotersi anche sulla cittadina. Il Cilento fu meta di giovani repubblicani che non riuscirono a gestire una situazione difficile. Il vescovo Torrusio convinse il clero, i feudatari e lo stesso popolo ad abbattere gli alberi della libertà; fu perciò nominato dal Re membro della " Suprema giunta di Governo", ma in seguito non esitò ad accettare la nomina di Gran Penitenziere da Gioacchino Murat. Nel 1806 fu emanata la legge dell'eversione della feudalità; in realtà con questa i contadini si videro attribuire terreni improduttivi che furono costretti a cedere ai "galantuomini", borghesi, che riuscirono a ricostituire gli antichi latifondi feudali. Il ritorno dei Borboni non migliorò le attese dei più poveri. Nel XIX secolo per arrivare a Capaccio c'era una strada aspra e sconnessa percorsa con gli asini o a piedi, le case erano aperte sulla strada, annerite dal fumo del focolare, su cui si cucinava in pesanti caldaie di rame.

Le suppellettili erano misere e povere. Il Cilento fu attraversato dalle idee liberali, per cui nacquero le società segrete dei Carbonari e, successivamente, dei Filadelfi, che portarono ai vari moti del 1820/21, del 1828 (cui seguì un'orribile repressione) e del gennaio e del luglio 1848. Capo dei moti del gennaio 1848, che costrinsero il Re a concedere la costituzione, fu Costabile Carducci di Capaccio. Ai moti del 1848 seguì una dura repressione che attraversò tutto il regno di Napoli.

Tra i centinaia di perseguitati ricordiamo i capaccesi: Ernesto Ricci, detenuto a Salerno, la vedova del Carducci, sorvegliata a Napoli, alla quale veniva controllata anche la corrispondenza, il barone Gennaro Bellelli, Giovanni Carducci, fratello di Costabile, fuggiti a Marsiglia, Giuseppe Farro e Pasquale Santomauro, condannati ai ferri, poi nel 1856 relegati nelle isole. Pio IX, su proposta del vescovo di Capaccio Michele Baroni di Baronissi, con bolla pontificia del 1850 elesse Diano a sede di diocesi staccando da Capaccio 28 paesi. Intanto Vallo ottenne dal Papa la bolla con la quale divenne sede della nuova Diocesi "Caputaquensi et Vallensi".

Dopo l'unità il Sud che aveva tanto sperato in un ordino nuovo s'era accorto che rappresentava solo terreno di conquista, per cui il malcontento esplose nelle lotto contadine e nel brigantaggio, che fu domato grazie a una triste legge proposta purtroppo da un meridionale, l'on. Pica, che diede mano libera ai generali, ai Consigli e tribunali di guerra. Seguirono processi sommari sulle pubbliche piazze, sevizie e torture, non del lutto dimenticate.

Agli inizi del secolo XX Capaccio era una cittadina di circa 5.000 abitanti per lo più artigiani e contadini, che si recavano in pianura per lavorare nei latifondi fino a sera quando, con lunghe file di asini, ritornavano al paese per via Cupone e Luca. Nel 1905 fu ricostruito il Campanile della Chiesa S.Pietro, crollato nel 1902, nel secondo decennio furono edificati i giardini pubblici, dove, nel 1919, dopo la prima guerra mondiale fu eretto il Monumento ai Caduti.

Nel 1926 il barone Ferdinando Bellelli ottenne la costituzione del Consorzio di Bonifica sinistra Sele, che bonificò i terreni con canalizzazioni, curò la distribuzione delle acque per l'irrigazione e costruì anche piazze, strade, scuole e acquedotti che favorirono il popolarsi della Pianura. Terminata la Il guerra mondiale, dopo la proclamazione della Repubblica, i contadini si andavano organizzando in cooperative per coltivare i terreni incolti dei latifondi.

Nel 1949, delusi per non aver ottenuto neanche le terre del demanio, nonostante la disponibilità dell'amministrazione comunale, il 20/11/49 più di mille tra i contadini e piccoli artigiani, con a capo il sindaco Salvatore Paolino, si riunirono in Piazza Tempone e, con un gruppo proveniente da Trentinara, partirono all'assalto dei latifondi. Ad ogni incrocio e ad ogni bivio il gruppo s'ingrandiva. Occuparono diversi fondi e iniziarono a zappare, arare e seminare.

La polizia capì che non si trattava di un'occupazione simbolica; si decise di inviare una delegazione a Salerno formata dal sindaco Paolino e dai presidenti delle cooperative; ma i componenti della delegazione furono fermati e portati in carcere. Giunta la notizia a Capaccio, decisero di resistere a oltranza. La giornata seguente si aprì con la rioccupazione generale di tutte le terre. Più di 200 poliziotti attaccarono i contadini picchiandoli con manganelli, ma essi opposero resistenza passiva. Vi furono un numero enorme di percossi, feriti e 40 arresti. Gli on. Francesco Cerabona, Pietro Crifone e Pietro Amendola chiesero il rilascio dei formati, la cessazione di ogni violenza e la convocazione degli agrari e dei rappresentanti dei contadini per intavolare le trattative sulla concessione delle terre.

Il prefetto convocò le parti e si giunse a un accordo per l'esproprio di diversi ettari di terreno. Seguì la Riforma agraria, furono espropriati alcuni terreni divisi in 317 poderi di un'estensione media di 6 ha. In ogni podere venne costruita una casa colonica con annessa stalla, concimaia, abbeveratoio, pollaio, porcile e forno. Il 18 ottobre 1953 il notaio Manlio De Maria e 87 soci tra contadini e artigiani. fondarono la Cassa Rurale e Artigiana che nasceva con lo scopo di aiutare con prestiti le piccole aziende agricole e artigianali. Verso la fine degli anni 50 Capaccio era un centro di circa 6.000 abitanti.

Vi erano numerosi artigiani e commercianti .C'era il Municipio, la Pretura, la Benemerita, l'Ufficio Postale, l'Asilo Infantile, la Scuola Elementare, Avviamento e Medie, la Direzione Didattica, la Caserma della Guardia di Finanza, la Caserma della Guardia Forestale l'Ufficio di collocamento, la sede della Cassa Rurale e Artigiana, i! Dazio, la Ricevitoria del Lotto, l'Esattoria, il Carcere Mandamentale, il Macello Comunale, due mulini, due frantoi.

Le strade erano piene di bambini che giocavano con mazze, tappi, bottoni e pietre. Le famiglie erano numerose ed ogni soffitta o locale era abitato per cui spesso si dormiva tutti in una stanza. Con l'arrivo della televisione e la diffusione delle automobili non ci si accontentava più di una vita semplice e molti cominciarono ad emigrare verso la Germania, la Francia. le città del Nord. Anche molti professionisti lasciarono il paese per favorire lo studio dei figli nelle città.

 
 
 
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