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  Convento di Capaccio  
  Convento di Capaccio Il Convento Francescano di Capaccio, ubicato in una posizione privilegiata si affaccia a mo' di terrazzo sulla vasta pianura pestana con la possibilità di poter allargare la vista su tutto il golfo di Salerno della costiera amalfitana fino al promontorio del Tresino di Agropoli, incastonandovi come una gemma l' isola di Capri.

Alle spalle ed ai fianchi è protetto dai balzi del Calpazio, nonché dalle montagne di Vesole il più delle volte innevate durante il periodo invernale. Il complesso architettonico, intitolato al Santo di Padova ha origini carmelitane. Furono, infatti, i frati del Carmelo nel 1500 ad edificarlo e ad abitarlo fino al 1652, allorché le famose leggi Innocenziane non lo chiusero per il non sufficiente numero dei frati quivi residenti. Abbandono, incuria del tempo ed il disastroso terremoto del 1682 dovettero ridurre tutto il complesso ad un ammasso di rovine, ma l'Università tutta in una pubblica assemblea avvenuta nel 1710 pose in animo la sua riedificazione, nonché l'affidamento, con conseguente sua funzionalità e vitalità ai frati francescani. Questi, animati dallo spirito evangelico di Francesco d'Assisi, a cominciare dal 1723 seppero con la parola e con l'esempio inculcare nell'animo semplice della popolazione indigena nonché dei paesi vicini quelle virtù umane e cristiane capaci di offrire di volta in volta coraggio, sprone e consolazione nella dura vita quotidiana del tempo.

E ciò fino al 1866, allorché le leggi eversive del nuovo Stato unitario non ne decretarono la chiusura con conseguente incameramento di tutto il complesso, adibito da allora in poi a mansioni le più diverse: da carcere a scuola, da casa comunale ad uffici giudiziari. Un faro di spiritualità di crescita umana e culturale che rimarrà spento fino al 1934, quando i frati di Assisi vi ritorneranno per riprendervi a fecondare una nuova stagione ricca di copiosi frutti di spiritualità non più interrotta fino ad oggi.

Il complesso architettonico composto da una Chiesa conventuale, da un Chiostro e Spazi abitativi con relative officine, è contornato da un vasto giardino oggi adibito, nella parte non arborata a conifere e querceti, ad impianti sportivi.
Tutto l'edificio gira intorno al Chiostro, limitato da bei pilastri di pietra locale sui quali poggiano svelti archi che abbracciano un ampio spazio e al cui centro vi è la vera ottagonale dell'immancabile cisterna. Ha le pareti affrescate con episodi della vita di S. Antonio e di S. Francesco, che sono le cose migliori insieme ad alcune tele sempre nella nostra Chiesa e in quella parrocchiale, di un pittore locale del settecento, Giuseppe Rubini. Il lato settentrionale della costruzione, è preceduto da un ampio portico profondo ed arioso, è occupato dalla Chiesa, dovuta ad ignoto architetto di talento e perfettamente inserita in modello vanvitelliano dominante in quel tempo. La rilevante profondità dei quattro archi che vi si aprono, movimentano le pareti laterali.
La volta è impostata su piedritti che si alzano oltre i cornicioni aggettanti ed armonici che inquadrano le pareti laterali.
La cupola è appoggiata direttamente sugli archi del transetto che danno a tutto l'interno il predominio delle linee essenziali, nonché un senso di elevazione e di respiro più largo di quanto lo spazio reale che racchiude possa consentire.

Tutto questo è reso più plastico dalla decorazione ricca degli archi che si aprono sulle pareti lunghe, evidenziando forza e peso e dando alle fiancate un senso di sicura robustezza. Le decorazioni che si limitano ai soli capitelli dei pilastri, scomparendo del tutto dalla volta e dai grandi archi del transetto danno il senso della leggerezza predisposto per slargare la spazialità verso l'alto. Il presbiterio, su pianta quadrata, accoglie il severo coro settecentesco ed è vivacizzato da una grande tela del Rubini, ne occupa quasi interamente la parete di fondo rappresentante l'Indulgenza della Porziuncola e da quattro tele laterali pure esse del Settecento e di buona fattura, rappresentanti S. Antonio, S. Pasquale, S. Chiara e S. Rosa da Viterbo.

In fondo agli archi che si aprono sulle pareti sono collocati gli altari dedicati a S. Anna, S.Giuseppe, S. Rocco e S. Antonio; mentre nelle pareti di fondo del transetto si aprono le nicchie che accolgono le statue dell'Immacolata e di S. Francesco. Interessante è l'antepede dell'attuale altare maggiore raffigurante San Benedetto (Bassorilievo in marmo) proveniente da un altare della parrocchia della Madonna del Rosario, antica testimonianza delle sue origini benedettine prima della trasformazione nelle forme in cui ora la conosciamo avvenuta nella prima metà del Settecento.
A coronamento delle bellezze e dell'armonicità di questo tempio, c'è un monumentale organo a canne ultimamente restaurato nelle sue diverse componenti.
La possanza e nello stesso tempo la dolcezza dei suoi timbri fanno una pregevole ed indimenticabile attrattiva per quanti partecipano alle cerimonie liturgiche che vi vengono officiate.
 
 
   
 
 
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